domenica 22 novembre 2009

«L'Alcoa ora è nostra». Gli operai occupano la fabbrica e continuano a lavorare

Video | Alcoa occupata, dirigenti sequestrati operai incappucciati inviano video a c6.tv

La multinazionale dell'alluminio chiude: i dipendenti occupano e bloccano i manager. Il gruppo statunitense si rimangia la promessa fatta a Roma pochi giorni fa e ordina il blocco della produzione. Gli operai non ci stanno, costruiscono delle barricate e trattengono due direttori. La chiusura del sito sardo e di Fusina, in Veneto, lascerebbe a casa 2 mila persone. Ora mandano avanti la fabbrica da soli: e non si muoveranno finché non avranno risposte
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Link: Alcoa, obbligare i padroni a trattare

PORTOVESME (CAGLIARI) - «Scusate, abbiamo scherzato». Così, beffardamente, suona l'annuncio arrivato ieri dai vertici dell'Alcoa: a Natale la fabbrica di alluminio di Portovesme chiuderà. Stracciato l'accordo che, con la mediazione del ministro Scajola, era stato siglato a Roma appena giovedì scorso. Gli operai dell'Alcoa, in corteo davanti a Palazzo Chigi, quel giorno si sono beccati le manganellate della polizia per difendere il lavoro e la sopravvivenza della fabbrica. E sembrava che un primo risultato lo avessero portato a casa. Dopo l'incontro con il ministro e con i sindacati, infatti, i dirigenti della società Usa avevano detto di voler ritirare la decisione di chiudere la fabbrica. E invece ieri mattina, in un vertice con Ugo Cappellacci, il presidente Pdl della Regione Sardegna, l'azienda ha annunciato un clamoroso dietro front.
A Portovesme la tensione è subito salita a livelli altissimi. I lavoratori hanno occupato la fabbrica e hanno sbarrato con grossi cumuli di alluminio grezzo i cancelli, bloccando all'interno due dirigenti della Alcoa, il direttore dello stabilimento e il direttore della produzione. Con un video diffuso on line, hanno fatto sapere che il sito resterà occupato sino a quando l'azienda non ritirerà il suo diktat. Nel filmato si vedono due operai con passamontagna neri calati sul viso che dicono: «Abbiamo sequestrato lo stabilimento con tutti i dirigenti dentro. La dichiarazione dell'Alcoa di chiudere la fabbrica non può essere messa in atto. Toglieremo il sequestro solamente dopo che l'Alcoa avrà ritirato la sua decisione».
Il nodo da sciogliere resta quello del costo delle forniture elettriche. La Commissione europea non ha ancora precisato quanto la multinazionale statunitense dell'alluminio dovrà restituire per le tariffe energetiche agevolate di cui dal 2006 ha beneficiato per gli stabilimenti di Portovesme, in Sardegna, e di Fusina, in Veneto, giudicate dall'Ue «aiuti di stato illegittimi». Si parla di circa 300 milioni di euro. Giovedì a Roma la multinazionale aveva annunciato che avrebbe ricorso presso la Corte europea di giustizia contro la delibera della Commissione Ue e che, in attesa dell'esito del ricorso, avrebbe sospeso la decisione, annunciata più di un mese fa, di chiudere la fabbrica. Ieri s'è capito che era una colossale presa in giro: la Alcoa, hanno detto i manager a Cappellacci, fermerà la produzione in tutti e due i suoi stabilimenti italiani (che hanno una capacità di produzione di 194.000 tonnellate di alluminio l'anno). Insostenibili, dicono i dirigenti della multinazionale, sia l'incertezza sulla fornitura, per il futuro, di energia a tariffe competitive sia, nell'immediato, l'impatto finanziario negativo causato dalla decisione della Commissione Ue.
Le procedure per la fermata degli impianti dovrebbero cominciare subito, per concludersi - secondo le stime di Alcoa - entro la seconda metà di dicembre. Per il commissario europeo per la concorrenza, Neelie Kroes, le agevolazioni concesse ad Alcoa, da cui dipende il posto di lavoro di 2.500 persone fra diretti e indiretti, hanno distorto la concorrenza. Ora l'impresa ricatta gli operai per fare pressione sul governo italiano, con l'obiettivo di ottenere dalla Ue ciò che la Ue non sembra in alcun modo intenzionata a concedere: la conferma delle tariffe agevolate e il ritiro delle penali. Alcoa si serve degli operai come di scudi umani. Lo si capisce bene dalle parole pronunciate ieri da Klaus Kleinfeld, il presidente della società: «E' un giorno nero per l'industria pesante europea. Soprattutto in un momento di crisi economica, la decisione della Ue è difficile da comprendere. Posti di lavoro qualificati e a tempo indeterminato saranno persi, strutture saranno chiuse e compagnie in Europa non saranno in più grado di competere». «Continueremo a usare tutti gli strumenti - ha aggiunto Marcos Ramos, presidente di Alcoa Europa - in modo che tutto il nostro personale possa rientrare al lavoro. Vogliamo ringraziare i nostri dipendenti e le loro rappresentanze per aver svolto un lavoro eccezionale». Insomma, siete bravi, i cattivi stanno a Bruxelles, ma se non ci tagliano l'energia a pagare sarete voi: tutti a spasso.
Gli operai Alcoa, senza neppure sentire i vertici del sindacato sardo, hanno risposto occupando la fabbrica. Hanno scaricato davanti alle entrate cumuli di materia prima grezza, alluminio in barrette. Un'assemblea ha deciso di non sospendere il ciclo produttivo. Davanti ai cancelli restano a turno squadre che garantiscono il blocco delle uscite. Al direttore dello stabilimento, Mario Guerrini, e al direttore delle manutenzioni e della produzione, Sergio Vittori, sino alla tarda serata non è stato consentito di lasciare la fabbrica. Operai, amministrativi e tecnici si sono asserragliati nella sala riunioni. «Abbiamo deciso - hanno fatto sapere - che nessuno entra e nessuno esce dallo stabilimento. Rimaniamo qui sino a quando non troveremo un accordo».
Sul caso Alcoa ieri s'è fatta sentire anche la segreteria nazionale della Fiom: «Riteniamo - si legge in una nota - che la produzione di alluminio primario nei due stabilimenti Alcoa in Italia debba essere salvaguardata, mettendo in campo tutte le iniziative possibili. Alcoa rappresenta l'intera produzione italiana di alluminio e copre il 18% del fabbisogno nazionale. Se tale produzione venisse meno, anche le aziende che svolgono le lavorazioni successive dovrebbero approvvigionarsi all'estero, con un evidente aggravio di costi e con la conseguente messa a rischio di produzioni attualmente svolte nel nostro Paese e, quindi, di altre migliaia di posti di lavoro». Il segretario sardo della Cgil, Enzo Costa, ha detto che «il sindacato non tollererà la chiusura di Portovesme. La vicenda Alcoa mette a nudo un modo di fare politica basato sulle promesse e sugli effetti mediatici, piuttosto che sulla costruzione di risposte concrete. Chiediamo al presidente della Regione Sardegna, Cappellacci, un atto di coraggio. Metta il governo Berlusconi di fronte alle sue responsabilità».

Costantino Cossu

tratto da Liberazione del 21 novembre 2009


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